Credenze (di acqua passata :) )

i  falsi ineressamenti,

le  voglie di libertà condizionata,

le stanze che si colmano  e si svuotano ad alta velocità,

i  pianti dal sapore di bluff che rendono il tuo viso patinato,

sposiamoci a las vegas, sposiamoci a las vegas,

sposiamoci a las vegas, sposiamoci a las vegas,

e apri solo i primi bottoni delle tue verità,

cammini nuda ma porti le scarpe,

e ritorni il tempo delle paure 

ritorni il tempo delle rivolte sedate,

saremo pronti alla guerriglia,

saranno in grado di sedarci..

e ritorni il tempo dei timori di sbagliare,

tanto niente è mai sbagliato (?).

sposiamoci a las vegas, sposiamoci a las vegas,

sposiamoci a las vegas, spociamoci a las vegas.

Sweet dream

Mi sveglio di soprassalto. Non so perchè, ma mi sveglio, di soprassalto. A volte capita che gli emisferi cerebrali vadano in confusione, o forse bisticciano e proseguono facendosi dispetti, sempre più molesti: è questa la teoria alla quale mi piace credere quando mi trovo in queste insensate situazioni. Senza alcuna apparente causa, mi vesto frettolosamente e mi precipito giù per le scale. Il portone è aperto e fuori intravedo sterili automobili di scarsa qualità. Sono tutte uguali, così brutte e così tristi, con quella pioggia vermiglio che sembra quasi dare loro un tocco di balzana dignità. Esco sulla strada, sono le dieci del mattino e lo scenario appare fosco. Il cielo cerca di carpire luce dalle luminarie fluorescenti, gli uccelli imprecano nel loro traffico, l’Enel ha spento il sole. Sui marciapiedi, la pioggia vermiglio ha inghiottito la polvere e la merda dei cani, concependo una fanghiglia molle che sbrana i bordi delle mie Converse logore. Nella piazza, lì dove c’è il mercato, solo il pattume lasciato dalle bancarelle. Comincio ad avvertire il profumo dell’agitazione, quell’inebriante  fragranza di cui non potrei mai fare a meno nella mia collezione di rimembrate emozioni alla frutta. Mi defilo dalla zona centrale del largo e mi incanalo nella prima strada che riconosco. Una ragazza nera sembra attendermi al lato del marciapiede. Mi fissa, senza accennare alcun movimento. I suoi vestiti sono dipinti di pioggia e i capelli sono legati ai fili della corrente elettrica. Le sue gambe, che si lasciano ammirare sotto la minigonna, sono lucenti, di puro acciaio. Mi avvicino lentamente e passo dopo passo sento di essere affascinato dalla sua avveniristica bellezza. Sono sotto di lei, ora sento l’odore della paura. Mi eccito. La ragazza mi acciuffa per i capelli e mi bacia.

Sono morto.

Sono io.

Sono morto.

Lentamente le sue mani ghiacciate si infilano nei miei pantaloni ed io sono sempre più spaventato, sempre più eccitato. La circostanza comincia a rendersi invitante ed io cerco di non recalcitrare. E’ qui, sul mio corpo, e sta ponendo fine alla battaglia tra i miei emisferi cerebrali. Ad un tratto, un quieto rimbombo. Un foro nella mia coscia. Un delizioso lago di sangue e fanghiglia. Mi accascio a terra. Ora avverto l’olezzo della quiete, tanto sgradevole da dover far parte assolutamente della mia collezione di rimembrate memorie alla frutta. Con le ultime dosi di vitalità, disserro gli occhi. Davanti a me, il folletto verde, adagiato su un enorme grappolo d’uva nera. L’Enel riattacca. Riposa balordo, domani è domenica.